Wednesday, November 23, 2011

Mistakes. Dandelion number 22

My today's Dandelion is going to be a little bit random. Maybe. I don't know.

Sitting, waiting, wishing, says a song.
I spent a lot of time doing that. Especially for people not deserving it.
Sitting: maybe under a tree, on a chair, in my bed, sometimes not even physically sitting. Spiritually sitting ...
...waiting for something to happen. That's the hardest part. Waiting while...
...wishing. Hoping that person comes back. And yes, that person does, though he comes into your mind, takes your soul and thinking, blinding you. Making you lose the perspective. Nice, thank you.

Sitting. Waiting. Wishing.

And then you realize how foolish that was. How stupid you are. How much time and effort you have wasted because of that person. And you laugh. Oh yes, you laugh. Why have I done that? It was so ridiculous. And you understand many things. Haha. Yes, that's funny.

Making myself ridiculous. Making mistakes. "This is the last time, it won't happen again". Haha. Yes. That's right.
It won't happen again.
Yeah...

Wednesday, November 16, 2011

Il perdono. Dandelion number 21.

Non appena la porta sbatté con violenza, lei capì di aver fatto un enorme sbaglio.
Cercò di trattenere il pianto, ma era inevitabile. Fiotti di lacrime sgorgarono dai suoi occhi e lei si lasciò andare a singhiozzi convulsi. Non capiva bene il motivo preciso per il quale stava piangendo, ma in un qualche modo sentiva una disperazione che le si avvolgeva intorno al cuore, come degli artigli che la stringevano sempre più forte, soffocandola.
Era arrabbiata, certo. Anzi, furiosa. Che diritto aveva lui di trattarla così? Come se fosse un oggetto, un soprammobile, un animale domestico da tenere a bada. Era sua moglie, per la miseria. Le doveva un minimo di rispetto.
Ma un pensiero sconcertante si insinuò nella sua mente. Cosa aveva fatto, lei, per ridurlo in quello stato? Non lo aveva mai visto così incollerito. Non lo aveva mai sentito sbraitare a quel modo. Quando le aveva sfiorato la guancia, come per darle uno schiaffo, aveva visto una luce, negli occhi di suo marito, diversa dal suo solito. Rabbia, nervosismo, stupore, ma ciò che la stupì maggiormente fu la lucidità con cui la guardava. Era furioso, certo, ma sembrava aver la situazione sotto controllo, esattamente al contrario di lei.
Non le capitava spesso di reagire, di urlare in quel modo contro di lui. Non le capitava praticamente mai. Cosa le era successo?

Chiuse gli occhi e appoggiò la testa contro il muro, mentre le lacrime le scendevano copiose sulle guance. Ad un tratto si ricordò di una situazione molto simile, successa anni prima. Prima del matrimonio, prima del lavoro, prima dell'università. A quel tempo era una liceale.
Suo padre aveva appena acceso la tv e stava guardando un thriller fantascientifico. Ad un tratto, non si sa bene come, la ragazza aveva sentito da uno dei fratelli presenti nel salotto un nome di una rinomata serie horror televisiva e si voltò di scatto: "Papà, stai guardando un horror?" Non ricevette alcuna risposta. Succedeva abbastanza spesso negli ultimi tempi. Con il duro lavoro con cui era confrontato giornalmente, il padre era spesso stanco e quando era occupato, raramente rispondeva a chi lo stava interpellando. Un fatto che faceva imbestialire sia la madre, che la figlia.
La ragazza chiese di nuovo: "Papà, stai guardando un horror!?" "Eh? No, no..." "Ma certo che è un horror, l'hai detto tu!" Nuovamente non ricevette nessuna risposta.
"Papà, è horror, manda in camera i piccoli, si potrebbero spaventare!" "Ragazzi andate su." rispose passivamente, senza dare alcuna intenzione di muoversi dal divano. "Ma spegnila, quella tele, è un film bruttissimo, spegnila, spegnila, spegnila! Non vedi che film brutto che è??"
E da lì accadde tutto molto in fretta: talmente in fretta che alla fine di tutto si ritrovò confusa e disorientata. Cercando di ricordarsi quello che aveva detto e ciò che le era stato risposto, le vennero alla mente scene come lei si metteva davanti alla Tv urlando di spegnere, il fratellino spaventato che piangeva, quello più grande che le urlava di stare zitta e mostrarsi più rispettosa e lei stessa che urlava, urlava, urlava, sentendosi terribilmente sola ma, finalmente, al centro dell'attenzione di suo padre, il quale, furioso, cercava di zittirla.
La cosa che la fece ritornare alla realtà fu la porta di casa che sbatteva violentemente, lasciandola sola ai suoi pensieri che turbinavano vorticosamente per i seguenti dieci minuti.

Non c'era proprio verso di smettere di piangere. La ragazza si sentiva malissimo. Ora aveva capito cos'era successo fra lei e suo marito. Ma non riusciva a spiegarsi il motivo del proprio comportamento, così irrazionale, così impulsivo e feroce. Nascondendo la faccia tra le mani, si ricordò cosa successe dopo il ritorno di suo padre.

Già si era indossata la giacca per uscire e raggiungere suo padre e dirgli che le dispiaceva, che non sapeva cosa le era successo, che non sarebbe più accaduto. Di abbracciarlo, magari, e piangere chiedendo perdono tra le sue braccia.
Ma ad un tratto la porta si era spalancata ed eccolo lì sulla soglia. Sembrava ancora arrabbiato. Le passò oltre, degnandola di un solo "Siediti a tavola che dobbiamo parlare.". Almeno voleva discuterne. Docile come un agnellino, si era seduta, aspettando il verdetto. Ma il verdetto arrivò solo una decina di minuti dopo, dopo che suo padre era stato in camera del fratello minore a calmarlo e a spiegargli che il film che stava guardando non era un horror, di non preoccuparsi, che sicuramente non guardava certi film in presenza dei suoi figli e che non l'avrebbe mai fatto. Sentendolo parlare in quel modo con il bambino, la ragazza provò un tuffo al cuore e represse un singhiozzo. Lei e la sua stupida bocca. Quando avrebbe fatto più attenzione al suo modo di parlare?

Lei e la sua bocca. Le cose non erano cambiate dopo 8 anni. Ad un tratto la porta si aprì. La ragazza balzò in piedi, tremante. Sulla soglia comparve suo marito, il suo bel viso turbato. Con lo sguardo basso, camminò a passi lunghi in cucina. Lo sentì sospirare mentre si preparava dell'acqua calda per un thé. Esitante, la ragazza si avvicinò al bancone che divideva la cucina dalla sala da pranzo. "Amore... Mi dispiace." Non voleva suonare falsa. Tutto ciò che provava era vero. Lui alzò gli occhi verso di lei e parlò.

"Mi puoi spiegare perché hai reagito in quel modo, prima? Non ho neanche più la libertà di guardare i film che voglio a casa mia?" Tuonò il padre. Stavolta fu il turno della ragazza a stare in silenzio. Sentiva di meritarsi ogni rimprovero che aveva intenzione di farle. Lui sospirò. Poi la guardò nuovamente: "Cosa ti è successo?" le chiese con tono più dolce. Non lo sapeva. Non sapeva cosa le era successo. Stanchezza? Attacco di panico? Fatto stava che con la sua bocca era riuscita a mettere praticamente tutta la famiglia contro suo padre, l'uomo che faceva di tutto per loro, l'uomo che stravedeva per lei e per i suoi fratelli e che si impegnava moltissimo a far modo che loro avessero tutto il necessario per vivere bene e agiatamente. Il rimorso le pervase il cuore. Sapeva di averlo ferito. E purtroppo questo genere di ferite non si arginano velocemente.

"Si può sapere cosa ti è successo un attimo fa?" Gli occhi verdi scuri sembravano scrutarle l'anima. Abbassò lo sguardo. Scosse la testa, sconsolata. Non aveva parole. Le sembravano tutte inutili, superflue. Le parole non risanano ferite profonde. Le parole sbagliate lacerano, schiacciano, feriscono il cuore. Solo il tempo può guarirlo. Con pazienza. Con dolcezza. Con amore.

"Ti voglio bene. Scusami. Sono stata un disastro." Il padre sospirò. Poi si alzò. Spense la candela sul tavolino del soggiorno e si girò verso di lei. Non lo vide. Aveva gli occhi velati dal pianto. Il padre si avvicinò alla figlia e l'abbracciò. "Anch'io ti voglio bene."

Il ragazzo le prese le mani da sopra il bancone e baciò via le lacrime dai loro palmi. "Ti amo", gli disse. Con certezza. Con un po' di speranza. Dopotutto, forse, l'avrebbe perdonata.
Lui le sorrise tristemente. Camminò attorno al bancone per raggiungerla e guardò verso di lei. Alla ragazza si strinse il cuore. Il marito, invece, la strinse a sé. "Grazie. Scusa. Ti amo." Mormorò lei tra i singhiozzi.

Poi alzò il viso al cielo e ripeté: "Grazie."

Ecco, anche le navi, benché siano tanto grandi e siano spinte da forti venti, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole il timoniere. Così anche la lingua è un piccolo membro, ma si vanta di grandi cose. Considerate come un piccolo fuoco incendi una grande foresta! Ogni sorta di bestie, di uccelli, di rettili e animali marini può essere domata, ed è stata domata dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare; è un male che non si può frenare, è piena di veleno mortifero. Con essa benediciamo Dio e Padre e con essa malediciamo gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca esce benedizione e maledizione. Fratelli miei, le cose non devono andare così. La fonte emette forse dalla stessa apertura il dolce e l'amaro? ...Così nessuna fonte può dare acqua salata e acqua dolce.

Giacomo 3:4-5/7-12

Monday, October 31, 2011

You Give Me Hope. Dandelion number 20

I look at your smiling face.


You're so weak and yet you have such strength.
You take a glance around this place.
And you make the best of everything.

You give me hope in-spite of everything.
You show me love even with so much pain.

So I'll take this life and live like I was given another try.

We laugh, we cry.

Sometimes we're broken and we don't know why.

And I'm tired and I lose my way. You help me find faith,
You give me hope in-spite of everything.

You show me love even with so much pain.
So i'll take this life and live like I was given another try, just give me another try.
No, I haven't written this (you wish :P).

By Ryan Kirkland, from movie Letters to God

Thursday, October 6, 2011

Dreams are my reality. Dandelion number 19

"Dreams are my reality..."

Good song, good quote.
What are your dreams?
Are they reality? Your reality?
Sometimes we need to ask ourselves this question.
Are we living our dreams or are we just waiting for them to happen?

Hmmm... Probably, for me, it'd be the second one. I'm always making up plans, thinking about the future, missions, uni, freedom, travels, boyfriend, marriage, job, kids, whatever, just to escape the life I am living right now. Which is not bad, but by doing so I risk to miss the most important things that I'd be able to do now.

So I need to learn this (and I'm pretty sure that I am not the only one):
Dream, hope and work hard to achieve what you really want in life. But do not despair if you don't manage to carry out your dreams as soon as you would like to. Be patient and don't give up. One day, the dreams that come from the very deep of your heart, will come true.

Yup, you're right: easier to say than to accomplish that.

I think that maybe we should ask God for help. I am serious. Cause He knows us better than we do (that's incredibly awesome!). He knows our dreams, our fears and our limits. And especially with the last ones, He is going to make a beautiful garden out of that. A garden full of pretty and colorful flowers, which might be small, but smell nice and give joy to people surrounding us. The weeds that infested the garden of our hearts, will be gone and their empty place is going to be occupied by some beautiful Dandelions, whose seeds bring away peace and happiness (remember "qasedak" (قاصدک), the small postman who brings good news?).

Ok, why am I philosophing so much right now? Keine Ahnung.
Got too much time to think.
Actually, I should be sleeping by now. Silly Julie.


Tuesday, September 20, 2011

Improvviso in la bemolle maggiore, op. 29. Dandelion number 17

Era una bella serata di ottobre: le stelle rilucevano nel cielo e un leggero venticello stormiva le fronde degli alberi, entrando clandestino nel salotto attraverso la finestra socchiusa.

Fryderyk si accasciò sulla poltrona, accanto al caldo camino, godendo il crepitio della fiamma, lasciando i pensieri occupare la sua mente turbata.

All’improvviso, due bambini entrarono nel salotto, rincorrendosi, ridendo e nascondendosi di tanto in tanto l’uno dall’altro. La bambina aveva delle trecce bionde arruffate e il grembiulino rosso che svolazzava in giro birichino. Stava scappando da un ragazzino, che cercava di acchiapparle l’orlo della gonna, invano.

Così pieni di gioia erano queste due creature, che il pianista dovette abbandonare per un istante i suoi cupi pensieri e osservarli divertito. Sembrava che danzassero sulle note di una musica sconosciuta, che solo loro potevano sentire. Fryderyk aguzzò l’orecchio tentando di carpirne la melodia. Le sue dita cominciarono a tamburellare sulle ginocchia, seguendo il ritmo di quella strana danza.

A un tratto i bambini smisero di rincorrersi e si volsero a malincuore verso l’entrata del salotto, dove era intanto apparsa la madre. Una donna dolce, sorridente il cui sguardo conquistò persino il cuore del figlio monello. Iniziò a parlare calma e tranquillità, esortando i bambini a prepararsi per la notte.

Prima di mandarli nelle stanze a vestirsi, si sedette sul divano accanto al camino e, preso entrambi in braccio, raccontò loro una storia d’avventura, di pirati, fate, streghe malvagie, mostri, cavalieri buoni e principesse bellissime. I bambini pendevano dalle sue labbra rapiti, fino al culmine della storia dove la tensione si poteva percepire dagli occhi sgranati della ragazzina.

La storia ebbe un naturale lieto fine e i bimbi furono mandati nelle rispettive stanze da letto. Essi obbedirono all’ordine, ma continuarono la loro danza sulle note della melodia che aveva tanto affascinato Fryderyk, finché le porte non si chiusero dietro a loro e alla madre. Si guardò intorno e vide il fuoco crepitare nel camino, il salotto vuoto, la finestra socchiusa. Il pianista era solo.

Ma la melodia non lo aveva abbandonato. E lui non l’avrebbe lasciata scappare.

http://www.youtube.com/watch?v=txOeRxcqKzc&feature=mh_lolz&list=HL1316542364

Monday, September 19, 2011

Autumn is coming. Dandelion number 16

Le vent soufflait bien fort aujourd'hui.
Il y avait des nuages rose, gris perle et même bleu.
L'aube est arrivée sans prévenir, sans que personne ne s'aperçoive que le jour avait commencé. Un autre lundi de septembre, une autre semaine.
Bien que les premières semaines de ce mois étaient étouffantes, le temps aujourd'hui a changé d'avis.

C'est fini la saison des sandalettes, des jupes courtes, des blousons legérs. Bonjour les écharpes, les pulls et les bottes. Et bonjour la pluie, bien sûr. Il faut donc se pourvoir d'un parapluie et, pour les gens plus prévidents, un k-way pourrait être le meilleur échange au pull en laine, qui se mouille très facilement et vous laisse l'indésirée sensation de piqure trempée.

En passant au centre de la ville, j'ai remarqué que le monsieur des châtaignes est retourné à occuper sa place, toujours la même, au milieu de la ruelle qui porte sur la place devant le bien connu magasin Manor.

Demain j'irais acheter ses marronis pour fêter l'arrivée de l'automne.


Tuesday, September 13, 2011

Time to be happy (again). Dandelion number 15

Qualche volta non ci rendiamo conto del tempo che sprechiamo lamentandoci su ciò che ci manca o su ciò che crediamo ci manchi.

Pensiamo che una determinata situazione o cosa sia essenziale per farci sentire di nuovo felici, e senza di essa la vita non ha più i colori che aveva una volta. Ma siamo sicuri che è proprio così?

Nelle ultime settimane ho spesso cercato di combattere i pensieri negativi che venivano quando comparavo la mia situazione attuale a quella di qualche tempo fa. "Oggi non mi sento perfettamente felice, perché mi manca questo, questa, quello, quella."

Ma basta! Basta lamentarsi su ciò che è passato! Basta sentirsi uno schifo perché non ottengo quello che voglio. Smettiamola di lamentarci su come gira la ruota.

Abbiamo due possibilità: o ci diamo da fare per cambiare la nostra situazione attuale che definiamo "sbagliata", oppure la accettiamo così com'è e affrontiamo le nostre piccole noiose esistenze con un sorriso sulle labbra.

As for me . . . It's time to be happy again.